Danza Orientale

QUALCHE CENNO STORICO (Dispense complete in sede di formazione)

Sulla base di ritrovamenti archeologici si può senza dubbio affermare che l’essere umano danza da sempre.

Di fatto, la danza esiste in natura come strategia elaborata dagli esseri viventi allo scopo di procreare e  dare un seguito alla propria progenie: nel periodo del corteggiamento alcune specie di animali eseguono rituali amorosi che ricordano delle vere e proprie danze. Sia nel periodo paleolitico che in quello neolitico la danza rappresenta un elemento indispensabile nella vita quotidiana di un gruppo o di una comunità e viene praticata per propiziare un ricco raccolto, una buona caccia e prole numerosa. Accompagna inoltre avvenimenti come la nascita, la morte, la guerra ma serve altresì ad esorcizzare le potenti forze della natura.

Durante il neolitico (7000-3500 a.C.), da nomade l’uomo diventa stanziale e questa trasformazione dà origine ad importanti cambiamenti sociali. E’ il periodo del culto alla Grande Dea Madre la cui benevolenza assicura fertilità alla terra e alle donne.

E’ ragionevole dedurre, anche sulla base dello studio del comportamento di alcune tribù legate a tradizioni, usi e costumi di centinaia di anni fa , che i rituali legati alla fecondità avessero come caratteristica principale il movimento del bacino. Ondulazioni, vibrazioni, rotazioni simulano l’atto sessuale considerato sacro , e sacro è anche il ventre della donna.

Danze che presentano le suddette peculiarità e che secondo l’etnomusicologo Curt Sachs possono rientrare nella definizione di “danza del ventre”, sono in parte ancora in uso in Sudamerica, in Polinesia, in Africa e nelle Hawaii, ma hanno perso il loro contenuto rituale.

FOLCLORE

Le danze folcloristiche, semplici, spontanee e dal carattere esuberante, sono praticate da tutti  ed assumono un valore funzionale collettivo in quanto accompagnano momenti importanti della vita e rinnovano i legami della comunità rafforzandone  l’identità ed il senso di appartenenza.

Ogni paese, dal Magreb al Medio Oriente ai Paesi del Golfo, celebra feste, ricorrenze ed eventi sociali con danze differenti nello stile, nell’abbigliamento e nella musica.

Molte di queste danze tradizionali sono leggermente cambiate nel corso dei secoli, ma la forza corrosiva della modernità non ha intaccato la loro essenza.

Esempi di danze folcloristiche:

Raqs al assayah: danza con il bastone o danza saidi. E’ una forma artistica tipica dell’alto Egitto e si ispira alla danza maschile in cui due contendenti simulano un combattimento (tahtib). I movimenti sono agili e virili e richiedono molto allenamento. Lo stile femminile è diametralmente opposto: più giocoso, civettuolo e leggero.

Fellahi: (Egitto) è una danza tradizionale di provenienza rurale. I “fellahin”, infatti, sono i contadini. I movimenti colmi di energia ne attribuiscono un carattere giocoso e terreno.

Melaya: è una danza legata alla tradizione alessandrina. La danzatrice gioca abilmente con un grande e pesante tessuto nero, quello che in origine veniva utilizzato per coprirsi, mettendo in evidenza la propria femminilità attraverso movenze civettuole che la rendono molto accattivante.

Sha’abi marocchino: apparentemente semplici e lineari, le danze marocchine richiedono una notevole abilità, una elevata capacità di adattamento posturale ed una spiccata sensibilità ritmico-musicale. La grande varietà dei generi, degli stili e dei ritmi è la conseguenza delle contaminazioni culturali e sociali che hanno fatto la storia del paese. Ogni danza è caratterizzata da un proprio carattere. La danza andalusa, ad esempio, si distingue per la sua eleganza. Lo stesso vale per quella con il plateau, ovvero un vassoio circolare da appoggiare sulla testa, sul quale vengono appoggiati dei bicchieri contenenti delle candele accese. Il “marakchi” ha invece uno spirito simpatico e giocoso, così come lo è la popolazione che la esegue. La danza con la “kaada”, invece, è decisamente energica e molto complessa: si tratta di una enorme “pentola” capovolta sulla quale è possibile danzare battendo gli accenti ritmici, o girandoci attorno. Anche le musiche ed i costumi sono completamente diversi in ogni stile, rendendo il folclore marocchino un autentico caleidoscopio!

Dabkeh: in Siria, Libano, Palestina e Libano questa danza folcloristica costituisce un importante elemento di coesione e identità nazionale e, anche se simile, in ogni paese si distingue nella forma, nella musica e nei canti. Ogni importante avvenimento all’interno della comunità (es. matrimoni, circoncisioni)  viene celebrato da questa danza che si protrae per diverse ore. Una linea di persone si tiene per mano e, proseguendo in forma circolare, esegue dei passi cadenzati su sei o otto tempi. Il “rais”, ovvero colui che sta in testa alla fila, in genere tiene in mano un fazzoletto o un bastone. La musica, accompagnata dal canto, è ripetitiva ed ipnotica. Uomini e donne non danzano insieme, ma i passi base sono simili. L’interpretazione maschile è decisamente più agile ed acrobatica, quella femminile, più contenuta e composta.

Khaliji:  è una danza tradizionale eseguita durante feste e celebrazioni, in Arabia Saudita e in altri paesi del Golfo. La danza khaliji viene eseguita dalle donne per il loro divertimento durante feste e matrimoni.

La danzatrice esegue un passo cadenzato: il piede che tiene il tempo più accentato “cade” a terra sull’intera pianta, mentre l’altro si muove in mezza punta  sul “mezzo tempo” e vicino al tallone dell’altro piede. Il passo eseguito sulla mezza punta solleva la danzatrice e conferisce alla danza la tipica caratteristica di rimbalzo, leggerezza ed elasticità.

Questa danza è inoltre caratterizzata dai movimenti del busto e delle spalle, ad esempio la vibrazione delle spalle che viene oltremodo enfatizzata dagli ornamenti del costume. Quest’ultimo può essere tenuto contro i fianchi per sottolinearne le movenze che diversamente non sarebbero visibili attraverso l’ampio abito.

Altra peculiarità tipica dello stile khaliji è il movimento della            testa e dei capelli. Le donne sono molto orgogliose della loro chioma ed alcune ne fanno una amichevole competizione facendola crescere ed esibirla nella danza.

BALADI

Il termine “balad”, significa “paese”. Da qui la definizione di “baladi”, ovvero “nativa” o “appartenente al paese”. Non fa riferimento unicamente ad un contesto territoriale, ma più in profondità alle radici culturali di un popolo  di provenienza rurale. La danza baladi incarna l’espressione dello spirito di queste genti.

Durante il periodo del protettorato britannico (1882-1922), l’Egitto entra in contatto con nuovi stimolanti stili di vita. L’occidente rappresenta la modernità,  il progresso e la promessa di una vita migliore in una società prevalentemente rurale. Di conseguenza si assiste ad un fenomeno migratorio della popolazione contadina che dalla campagna si riversa nelle grandi città con il suo bagaglio di tradizioni.

In questo contesto avviene l’incontro e la fusione con gli stili musicali occidentali come il Jazz ed il Rythm and blues, dando vita ad un rinnovato genere musicale dal carattere e dalla struttura egiziana.

Anche la danza subisce una sostanziale metamorfosi: la sua interpretazione è caratterizzata da una forma più composta e da piccoli movimenti limitati nello spazio.

A partire dai primi del Novecento, nel corso degli anni vengono introdotti strumenti non facenti parte della tradizione locale come la fisarmonica, il clarinetto, il sassofono e più tardi la tastiera elettrica, aprendo la strada ad un più vasto e complesso musicale.

RAQS SHARQI

Alla lettera significa “danza dell’Est”, ovvero “danza orientale”.

E’ il risultato di una inarrestabile e naturale evoluzione stilistica legata in parte alle influenze espressive occidentali.

Durante il periodo dell’Impero Ottomano ed in particolar modo tra il IX e X secolo, il “raqs sharqi” veniva identificato in quella tradizione di danze raffinate ed eleganti interpretate in seno alle corti islamiche dalle  “awalim” (singolare “alima”).

Artiste poliedriche, esse non solo si dedicavano alla danza, ma anche alla musica, al canto, ai componimenti ed alla poesia. Si esibivano unicamente di fronte ad un pubblico femminile ma è probabile che i viaggiatori occidentali  confusero la loro figura con quella delle “giariia” ,le cortigiane o concubine, se non addirittura con le “gawazee”, danzatrici di strada di origine nomade.

In linea di principio il raqs sharqi si balla con gli stessi movimenti del raqs baladi, ma il repertorio è arricchito dalla tecnica del balletto classico: chassé, déboulé, piroette e arabesques. Negli ultimi anni, l’influenza stilistica occidentale ne ha ulteriormente modificato la forma.In effetti, diversamente dal folclore, lo stile classico orientale si avvicina maggiormente alla nostra impostazione culturale, sia in merito alla postura che all’orecchiabilità della musica.

CONTAMINAZIONI DELLE DANZE ORIENTALI

Fin dall’antichità l’essere umano ha dimostrato di possedere una spiccata sensibilità estetica. La scultura, la pittura, la musica e la danza sono espressioni artistiche che in origine avevano principalmente un valore funzionale nella quotidianità: scolpire immagini votive o rappresentare scene di caccia sulle pareti di una grotta, significava ingraziarsi la benevolenza delle forze della natura.

Nel corso dei millenni l’ingegno creativo si è evoluto e con esso il senso dell’estetica e dell’armonia, cosicché tutte le forme espressive dell’animo umano non sono state esenti da questa metamorfosi e si sono arricchite di nuovi elementi elaborati molto verosimilmente nell’osservazione dell’ambiente circostante, ma non solo. Nel passato come nel presente i popoli della terra sono entrati in contatto tra loro influenzandosi vicendevolmente, acquisendo usi e costumi e rielaborando i rispettivi modelli artistici ed estetici.

Negli ultimi anni anche le danze orientali, definite tali in quanto insieme di stili riferiti ad una specifica area geografica e culturale, hanno subìto dei radicali cambiamenti soprattutto in Egitto, patria della cosiddetta “belly dance”. La prima stilizzazione del folclore è stata apportata dal Maestro dei maestri, Mohmoud Reda, che ha rielaborato gli elementi tradizionali dello sha’abi egiziano adattandoli all’ambiente del teatro, rimodellandone le forme su ispirazione del balletto classico occidentale.

Molto più recente è l’introduzione dello “street sha’abi”, il folclore di strada, ideato e sviluppato nelle strade del Cairo come forma di protesta e di denuncia da parte delle giovani generazioni nei confronti di chi detiene il potere. Nello street sha’abi  si fondono elementi tradizionali del folclore locale, come ad affermare l’importanza della propria identità culturale, con passi acquisiti dall’hip-hop americano.  Uomini e donne danzano nello stesso modo ad eccezione di alcuni movimenti che restano tipicamente femminili. Questo nuovo stile si esprime sia su brani dal tipico carattere popolare, ma con arrangiamento techno, sia su canzoni moderne interpretate dai nuovi miti della musica araba. Ma l’aspetto visivo maggiormente rivoluzionario riguarda il “costume di scena”, perché si passa da lustrini e paillettes, gonne ed abiti dalle forge più fantasiose ed elaborate, a dei semplici pantaloni in denim e a scelta una t-shirt, un top, o una canotta.

In merito allo stile baladi, la sua espressione più moderna riconosciuta come “pop baladi” ha mantenuto la sua sostanziale identità originaria, ma si è arricchita di nuove forme coreografiche e di virtuosismi legati agli arrangiamenti musicali sempre più incalzanti e simili alla disco music anglosassone.

Passando allo stile sharqi, esso è di fatto il frutto di un cambiamento dovuto alla “contaminazione” dello stile popolare urbano con il balletto classico occidentale. Già durante gli anni d’oro della produzione cinematografica egiziana che si rifaceva al fasto dei film hollywoodiani, si assisteva a libere interpretazioni di danze sud-americane da parte di famose danzatrici dell’epoca. Negli anni Settanta e Ottanta sono le dive come Nagua Fouad, Fifi Abdou, Suhair Zaki, Mouna Said (e certamente molte altre meno conosciute) ad arricchire il repertorio artistico dello stile classico.

Oggi si parla di “modern sharqi” e di “nuovo stile egiziano”. Molti sono i movimenti provenienti dalla danza moderna e dai balli latino-americani: dai salti, agli slanci pronunciati delle gambe, dalle ondulazioni inverse, ai movimenti segmentati.

L’arrangiamento dei brani classici viene rivisitato in chiave moderna con l’utilizzo di sintetizzatori, gli stessi cantanti arabi compongono un nuovo repertorio musicale ispirato al genere pop occidentale e a quello latino-americano. Queste idee innovative rappresentano un allettante stimolo creativo per le danzatrici che, sbizzarrendosi sul piano coreografico, utilizzano movimenti e costumi di scena tipici di altri stili. Nascono il flamenco arabo, il tango orientale, lo stile bellynesian – ovvero la fusione con la danza polinesiana-, lo stile bellywood – contaminazione con la moderna danza indiana denominata bollywood – ed il sambaladi – unione tra la samba ed il baladi.

Molte “contaminazioni” sono state create oltre oceano ed anno raggiunto il “vecchio continente” solo di recente.

Se in Europa le danze orientali faranno il loro timido ingresso solo a partire dagli anni Settanta, verosimilmente come conseguenza ai grandi cambiamenti culturali di quel periodo storico, caratterizzato da numerose forme di protesta tra le quali quella che ha determinato maggiori mutamenti sociali: il femminismo, oltre Oceano si assisteva alla prima rudimentale esibizione di danza del ventre già nel 1893. L’interprete fu Fahreda Mahzar meglio conosciuta come “Little Egypt”, che si esibì in occasione dell’Esposizione Mondiale di Chicago in cui venne allestito un  villaggio algerino. Come prevedibile la sua danza provocò una reazione ambivalente nel pubblico di allora: se da una parte venne considerato uno spettacolo disgustoso e di basso valore artistico, dall’altra suscitò un certo fascino dall’effetto magnetico. Da allora molto è cambiato e similmente alla danza classica, anche la “belly dance” tradizionale ha subìto un nuovo sconvolgimento ad opera di danzatrici americane.

Nel 1987 a S. Francisco nasce l’American Tribal Style (ATS) o Tribal Belly Dance. L’ispirazione scaturisce dal desiderio di ribellione dallo stereotipo della danzatrice solista, la cui figura viene spesso associata alla bellezza fisica ed allo sfarzo dei costumi di scena.

La sua ideatrice,  Carolena Nericcio, lavora sulla scia di una precedente intuizione elaborata da Jamila Salimpour. Pioniera di questo nuovo stile, la Salimpur iniziò a decodificare i movimenti fondamentali della “belly dance”, ideando una  specifica terminologia ancora valida nelle nozioni di base del Tribal Style e nell’ATS e allestendo spettacoli con la compagnia “Bal Anat”.

Sulla scia dell’eredità acquisita da Jamila Salimpur, la Nericcio prende spunto prevalentemente dal folclore del Nord-Africa, del Medio Oriente, dal flamenco e dalla danza indiana. Il concetto di base è la coralità in termini di legame comunicativo e di grande intesa tra le componenti del gruppo (tribe) il cui lavoro si fonda sull’improvvisazione attraverso un linguaggio decodificato del corpo che consente alle danzatrici di eseguire gli stessi passi e di compiere gli spostamenti sullo spazio grazie a precisi segnali convenzionali. L’impressione è quella di assistere ad una esecuzione coreografata. La conoscenza di questa comunicazione non verbale consente ad ogni danzatrice di interagire con compagne di nazionalità e lingua diverse senza aver mai avuto collaborazioni precedenti, sia su improvvisazioni in coppia, in trio, in circoli, ecc… E’ concepito il ruolo di una leader (capo), ma in sintonia con lo spirito di questa danza che concepisce la condivisione alla pari dei componenti della “tribe”, esso cambierà costantemente nel corso dell’intera performance.

In questo nuovo stile si distinguono movimenti lenti, ipnotici e colmi di intensità emotiva che introducono la prima parte dell’esibizione ed altri decisamente più veloci,  marcati e carichi di energia, eseguiti con accenti di bacino, in armonia con la musica dal forte spirito etnico e su assolo di percussioni. Nell’American Tribal Style è inoltre essenziale l’utilizzo dei cimbali, abbinati alla seconda parte più dinamica, la cui sequenza ritmica può essere tradotta con i termini onomatopeici “tà-ka-dùm”.

Anche l’abbigliamento è il risultato di una fusione di elementi provenienti dalla cultura berbera, indiana, pakistana, afgana e marocchina e dalle relative danze folcloristiche:  ampie gonne confezionate con tessuti in fibre naturali, cinture e reggiseno arricchiti da ornamenti metallici, pietre semi preziose, frange e pregiate passamanerie. Le braccia sono valorizzate da bigiotteria in argento ossidato di provenienza per lo più asiatica. Anche i capelli vengono acconciati in maniera complessa con l’aggiunta di originali abbellimenti. Ed infine il trucco, in particolare quello degli occhi, che conferisce ed enfatizza uno sguardo penetrante e sensuale.

Sulla base di questo percorso artistico in costante mutamento si sviluppano nuovi stili che contemplano da un alto una formazione tecnica sulle danze orientali, dall’altro vedono l’introduzione e la rivisitazione di movimenti ispirati alla Breack Dance, all’ Hip Hop, alla danza moderna e a quella contemporanea. Nel Tribal Fusion, Ethnic Fusion, Urban Tribal e Gothic Belly Dance è necessaria una elevatissima preparazione atletica poiché molti movimenti si sviluppano su ampi inarcamenti della schiena, complicati contorsionismi della parte superiore del corpo ed evoluzioni  eseguite a terra. Il controllo muscolare è millimetrico e la coordinazione generale richiede un alto grado di allenamento ginnico.

Similmente all’American Tribal Style, anche questi stili nascono come forma di ribellione alla tradizionale belly dance. Ritorna la figura di solista, ma la sua danza riflette aspetti della femminilità che si discostano ampiamente dallo stereotipo legato alla danzatrice del ventre. In questo contesto prevale lo spirito forte e determinato della donna libera e combattiva.

La musica si discosta totalmente da quella orientale, in alcuni brani si può riconoscere qualche riferimento melodico, ma nella sostanza è più simile al genere New Age. Per quanto riguarda il costume di scena, il reggiseno e gli ornamenti delle braccia e dei capelli si rifanno all’ATS, ma i pantaloni sostituiscono l’ampia gonna che risulterebbe poco pratica nell’esecuzione di determinati movimenti.

GLI ACCESSORI NELLE DANZE ORIENTALI

VELO, DOPPIO VELO, SETTE VELI

Nel dizionario della lingua italiana, il velo viene definito come “un drappo che ripara o cela qualcosa”; un tessuto finissimo e trasparente, generalmente utilizzato per coprire il capo. Un tempo, donne e ragazze si recavano velate alla messa per dimostrare il loro distacco dalla vanità terrena nonché la loro modestia e virtù. Il velo nuziale altro non è che un accessorio d’ abbigliamento ereditato dal costume Medioevale.

L’utilizzo del velo da parte delle suore assume un significato simbolico religioso legato all’unione spirituale con Dio ed il conseguente allontanamento dagli aspetti materiali dell’esistenza umana. Nella cultura arabo-musulmana il dovere della donna di coprire il capo per non suscitare il desiderio di uomini estranei è un dogma dettato dal Corano. Prescindendo dalle  definizioni di contenuto religioso, il velo è di fatto un oggetto versatile sia nella sua forma fisica che nelle sue numerose accezioni simboliche e metaforiche: un velo di zucchero, un velo di lacrime, un velo di nebbia, un cielo velato. E ancora: “svelare qualcosa” significa rivelare, palesare, mostrare, manifestare, lasciar trasparire; mentre “velare” può essere sinonimo di occultamento di una verità, o impedimento della vera conoscenza. Naturalmente la fantasia si può sbizzarrire dando vita a suggestive similitudini e ad immagini colme di poesia.

La somiglianza ad una lunga e fluente chioma e la delicatezza e la fragilità del tessuto sono caratteristiche per le quali  il velo viene più comunemente associato alla figura della donna, sia sul piano fisico – estetico che su quello simbolico – emotivo; ma nell’immaginario collettivo, le cui radici risalgono al movimento orientalista nato nell’800, esso rimanda alla sensualità di una “danzatrice del ventre” e al suo corpo seminudo. Con l’avvento del cinema molti film hanno rievocato equivocando la vita nei palazzi principeschi degli antichi imperi in medio oriente, rappresentando il mondo degli harem come un luogo lussurioso e lascivo nel quale splendide odalische danzano con voluttà e provocante sensualità attraverso un gioco malizioso di vedo e intravedo attraverso il velo. Negli ultimi anni questo preconcetto è andato via via attenuandosi grazie al lavoro professionale svolto da numerosi insegnanti che operano in Italia e all’estero. Il velo viene proposto come accessorio intrinseco delle danze orientali, assumendo un’importanza didattica rilevante per lo sviluppo della sperimentazione creativa,  della coordinazione delle braccia e della consapevolezza dello spazio circostante.

Si può scegliere di utilizzare questo accessorio secondo lo stile egiziano, che generalmente vede la danzatrice entrare trionfalmente in scena, eseguire dinamiche e fantasiose evoluzioni per poi lasciare il velo nel corso dell’esibizione, oppure ci si può indirizzare verso l’interpretazione di stampo occidentale. Negli Stati Uniti questo stile è stato rielaborato sul piano tecnico-stilistico pervenendo ad una varietà di esecuzione che prevede l’uso di uno o più veli con i quali la danzatrice crea  un vivace e ricco gioco di forme, scegliendo di avvolgersi con abilità e destrezza sottolineando i molteplici movimenti ritmici e melodici del corpo in una continua metamorfosi. Il velo viene inoltre proposto come oggetto simbolico di un percorso psicologico e trasformato metaforicamente in un compagno di viaggio che ripara, protegge e sostiene durante la danza.

FAN VEILS

I fan veils, non facendo parte degli accessori tradizionali utilizzati nelle danze orientali, rientrano nel cosiddetto mondo delle “contaminazioni” o “fusioni”. Il loro paese d’origine è la Cina dove sono conosciuti anche come “Koi fans” in virtù dell’aspetto simile all’omonimo pesce.

La costante ricerca stilistica ed estetica operata nell’ambito delle danze orientali, negli ultimi anni ha visto l’introduzione dei ventagli velati nello stile classico e nel modern sharqi. Singoli o a coppie, i fan veils offrono fantasiosi ed innovativi spunti creativi nonché un modo diverso dal tradizionale velo di esprimere leggerezza e vaporosità. Il loro impiego richiede una precisa impostazione tecnica sul piano della coordinazione e delle linee da rispettare sulla base della quale si sviluppano effetti coreografici e scenografici sorprendenti, sia nell’interpretazione di una danzatrice solista che nelle dinamiche di gruppo.

I brani musicali adattabili a questo accessorio sono quelli del repertorio arabo classico e moderno, ma anche quelli delle più recenti composizioni “contaminate” dallo spirito new age.

ALI DI ISIDE

Anche le ali di Iside non rientrano negli accessori tradizionalmente usati nelle danze orientali. Il primo prototipo lo si può ritrovare nelle esibizioni della danzatrice americana Loïe Fuller (1862-1928). Celebre è la brevissima pellicola in bianco e nero nella quale la si vede indossare un immenso velo bianco semi circolare, fissato al collo nella parte centrale e provvisto di bacchette sulle estremità.  La danzatrice, impugnando queste aste, esegue una serie di movimenti che ricordano un nudibranchio e durante la rotazione in asse essa risulta al centro dello speciale effetto a spirale. La Fuller elaborò

inoltre un  gioco di luci che riflesso su queste grandi ali, rendeva la sua interpretazione ancor più suggestiva e spettacolare.

Le ali di Iside si ispirano a questa meravigliosa intuizione artistica, con la differenza che il tessuto è sintetico, multicolore – pertanto adattabile a fantasiose applicazioni coreografiche – e plissettato, da qui il riferimento alla mitica dea alata.

Oggi come allora queste magiche ali riscuotono immancabilmente un enorme successo di pubblico poiché il loro effetto scenografico è ineguagliabile e non poche sono le figure che si possono creare, giocando su movimenti simmetrici e asimmetrici delle braccia.

In merito alla musica e al costume di scena, si può fare riferimento a quanto indicato per la danza con uno o più veli.

BASTONE E DOPPI BASTONI

Rispetto a quanto già esposto nella sezione dedicata al baladi, è necessario evidenziare alcune ulteriori caratteristiche  legate a questo accessorio. In origine,  la danza femminile con il bastone veniva eseguita da una danzatrice solista. E’ tutt’ora così, ma non è raro assistere ad una esibizione di gruppo motivata dal fatto che a fine anno accademico le scuole di danza presentano in forma di saggio il lavoro svolto dalle allieve. Riguardo ai doppi bastoni, di norma il loro utilizzo è di prerogativa degli uomini. Tuttavia, anche se non in modo diffuso, di recente anche le danzatrici hanno adottato il loro impiego in sofisticate coreografie la cui difficoltà di coordinazione è molto elevata ed il rispetto delle linee in caso di una esecuzione in gruppo è oltremodo complicata. In virtù della tipologia dei movimenti, come per la danza maschile sono necessari bastoni senza ricciolo.

L’uso del bastone è tutt’altro che facile ed i complicati giochi fantasiosi richiedono destrezza, preparazione tecnica e coordinazione.

Sull’utilizzo dei cimbali, dell’anfora e della melaya, vedere la sezione dedicata al folclore.

CANDELABRO

E’ noto che durante l’epoca dei faraoni, in Egitto era consuetudine celebrare feste e rituali con danze caratterizzate da movimenti acrobatici. Questa preziosa ed evidente testimonianza ci è pervenuta attraverso i geroglifici ritrovati nella cappella rossa del tempio di Amon a Karnak (1450 a.C. circa) vedi foto , in quello di Luxor e nel tempio a terrazze di Deir el-Bahri.

Nel corso dei secoli il significato religioso di queste esibizioni è andato perduto, ma gli spettacoli di intrattenimento hanno continuato il loro percorso di  evoluzione e sofisticazione. La spinta al cambiamento è sempre stata motivata da una naturale ricerca stilistica, ma anche da ovvie ragioni lucrative; di conseguenza nel passato come nel presente è stato ed è necessario soddisfare  le aspettative del pubblico con innovative e sempre più spettacolari idee artistiche. L’abilità di mantenere in equilibrio degli oggetti sulla testa suscita immancabilmente stupore ed ammirazione, soprattutto se l’esecuzione prevede contemporaneamente dei movimenti eseguiti con il corpo: nel caso delle danze orientali, da ondulazioni, vibrazioni, scatti o discese a terra. Sebbene il candelabro sia fissato alla base ad una particolare struttura a guisa di copricapo regolabile in larghezza, mantenerlo bilanciato sulla testa richiede comunque una considerevole abilità.

Nonostante la scarsità di testimonianze, secondo alcune fonti lo shamadan fu introdotto in Egitto come accessorio nelle danze orientali agli inizi del ‘900, ad opera della danzatrice Shafia el Koptia. Secondo altre, era già in uso nell’800. Nonostante l’incertezza sulla collocazione del periodo storico, si è concordi nel sostenere l’importante ruolo della danzatrice nella celebrazione dei matrimoni in cui essa precedeva gli sposi ed il corteo nuziale. La danza e la calda luce emanata dalle candele dovevano propiziare fertilità, gioia, amore e prosperità alla nuova coppia di coniugi.

In origine il costume indossato dalla ballerina in questo contesto  era costituito dalla tradizionale gallabya e da un lungo velo sulla testa sul quale veniva appoggiato il candelabro;  la sua esibizione era accompagnata da canti popolari di buon augurio, intervallati dal caratteristico ritmo “zaffa”, che cadenzava il percorso degli sposi fino al luogo in cui si dava inizio ai festeggiamenti. Nel corso degli anni sono stati apportati alcuni cambiamenti:  il classico costume sharqi ed il modello più recente composto da gonna a sirena e reggiseno sono preferiti alla classica gallabya; la scelta musicale spazia dal genere baladi al repertorio moderno e fusion, sono previsti movimenti e figure a terra nonché coreografie di gruppo il cui effetto è decisamente magico ed affascinante.

PLATEAU

Altrettanto coinvolgente, ma ben più difficoltosa è la danza con il “plateau”, ovvero il vassoio, sul quale è disposto il tradizionale servizio da tè, i cui bicchierini in vetro riccamente decorati, contengono una candela. Questo accessorio si pone sulla testa senza essere  fissato in alcun modo, poggia unicamente su un supporto a ciambella che,  interposto tra la testa ed il vassoio, evita che quest’ultimo scivoli a terra.

In merito alle esibizioni con il “plateau”, c’è chi sostiene che l’ origine di questa danza affondi le sue radici nelle zone del Maghreb.

L’uso di tenere in equilibrio il vassoio sulla testa è legato all’importante rituale del tè, usanza che peraltro accomuna tutti i paesi arabi (e non solo). Difatti,  questo stile è presente anche nel folclore egiziano, sebbene con musiche e abbigliamento diametralmente opposti. Il costume tradizionale magrebino è composto da una lunga tunica riccamente decorata, da un’alta cintura ed i capelli sono raccolti sotto ad un fazzoletto.

SPADA

A causa dello scarso interesse sulla danza da parte degli intellettuali arabi, le testimonianze che riguardano la storia di quest’arte sono scarse e per lo più pervenuteci da viaggiatori occidentali che visitarono i paesi medio orientali e quelli del nord Africa tra l’800 e il ‘900.

In merito alla danza con la spada, in arabo raqs el sayf, tre sono le narrazioni simboliche raccolte fino ad ora, riguardanti le esibizioni femminili. La più ricorrente ne individua l’impiego da parte delle schiave all’interno degli harem ottomani. Una volta sottratta la temibile arma bianca ai guardiani eunuchi, esse si dilettavano a danzare mantenendola bilanciata sulla testa. Il messaggio simbolico che desideravano trasmettere era “ potete sottometterci con la violenza, ma la nostra anima danza libera!”. La seconda versione sostiene che, durante gli spettacoli di intrattenimento, ballerine più o meno professioniste miravano a sbalordire il pubblico danzando sia con oggetti di vario genere in equilibrio sulla testa, sia con le armi possedute dagli spettatori. L’ultima asserzione ne attesta l’utilizzo da parte delle mogli dei soldati: se da un lato onoravano il ritorno vittorioso del coniuge, dall’altra esorcizzavano gli orrori della guerra.

Nel suo saggio “Storia della danza”, Curt Sachs (1881-1959) fa riferimento alle danze con le armi (spade, sciabole o pugnali) collocandone le origini già nella preistoria, ma si tratta di esecuzioni maschili. Simulare un combattimento significava propiziare l’esito positivo di un’azione di caccia o di guerra. Nel corso dei secoli la sua pratica è riscontrabile in diverse società: in Malesia, nel Borneo, in India, in Africa e in Europa.

Alcuni movimenti sono simili a quelli eseguiti nella danza con il bastone, ma la rotazione con la spada risulta più difficoltosa a causa del maggior peso e della diversa impugnatura, per questo è consigliabile limitarne il numero. Il suo impiego è adattabile sia nell’interpretazione di componimenti musicali relativi al repertorio folcloristico arabo, sia a quelli “contaminati”, sia su brani veloci che su quelli lenti ed ipnotici . In merito alla scelta coreografica, la danzatrice può esprimere diversamente la propria femminilità optando tra  uno stile più composto o uno stile più guerriero.